Da gennaio 2026 Carlo Piemonte è il nuovo direttore generale di FederlegnoArredo. Il suo è un incarico con un percorso costruito interamente dentro la filiera, passo dopo passo. Friulano, 44 anni, laureato in Giurisprudenza all’Università di Trieste, negli ultimi anni ha guidato il Cluster Legno Arredo FVG, contribuendo a rafforzare il dialogo tra imprese, territori e istituzioni.

Parallelamente ha assunto ruoli chiave anche a livello nazionale ed europeo: amministratore unico della International Center for Italian Design, consulente tecnico della Direzione Foreste ed Economia della Montagna del MASAF e, dal 2023, direttore generale del Cluster Nazionale Italia Foresta Legno e presidente di Legno Servizi.
È inoltre membro del Gruppo di Coordinamento Nazionale per la Bioeconomia presso la Presidenza del Consiglio e vice presidente del Working Group della CBE JU a Bruxelles. Un profilo tecnico, ma cresciuto sul campo. E con una visione che tiene insieme industria, foresta e cultura del materiale. Lo incontra Federica Fiorellini a tre mesi dal suo insediamento, nel pieno della fase operativa.
Partiamo da una domanda semplice, ma non scontata: chi è Carlo Piemonte, al di là dei ruoli?
Sono prima di tutto un padre, ed è la cosa più importante per me. Ho due figli, una bambina di 12 anni e un bambino di 9. Sono un marito da più di vent’anni. E sono una persona molto legata alla famiglia.
Poi sono un appassionato del nostro settore. Vengo dal manzanese, sono cresciuto lì e da ragazzo lavoravo in fabbrica, nel reparto assemblaggio. È da lì che nasce tutto.
Un percorso costruito davvero dal basso. Ce lo racconti?
Dopo il diploma tecnico ho iniziato a lavorare in un’azienda del manzanese che produceva sedie, nel reparto assemblaggio. È stata la mia prima esperienza concreta dentro la filiera. Poi ho fatto la leva nella Polizia di Stato e nel frattempo mi sono iscritto a giurisprudenza. Da lì è iniziato il percorso nel sistema associativo, nel distretto della sedia, e poi nel cluster. È stato un percorso lungo, fatto di esperienze, anche internazionali, e di lavoro di squadra. Tutto quello che è venuto dopo nasce da lì.
C’è qualcosa che hai imparato all’inizio e che ti guida ancora oggi?
Sì: che solo chi fa sbaglia. E che a non fare nulla non cambia niente.
Credo molto nell’essere parte attiva dei processi, anche accettando il rischio dell’errore. Se hai un obiettivo più grande e una squadra che condivide quella visione, gli errori diventano parte del percorso e il cambiamento può davvero avvenire.
Il lavoro fatto in Friuli Venezia Giulia è spesso citato come modello. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
Mi ha insegnato il valore della visione condivisa e dell’azione.
Siamo riusciti a mettere insieme esigenze delle imprese e politiche di sviluppo del territorio. Abbiamo lavorato su formazione, servizi, innovazione.
È stato un sistema piccolo, ma molto vivo. E mi ha fatto capire quanto il legno sia una risorsa strategica, non solo produttiva ma culturale.
Ora la sfida è nazionale. Con quale approccio arrivi in FederlegnoArredo?
Con lo stesso spirito: ascolto, condivisione e lavoro sui territori.
L’obiettivo è rafforzare il ruolo della Federazione come punto di riferimento per tutta la filiera, mantenendo un dialogo stretto con imprese, istituzioni e sistema confindustriale.

Parliamo di una parola che ricorre spesso: complessità. Quanto è difficile raccontare questo settore?
Molto. E forse è la sfida più grande.
Dall’esterno si vede il prodotto finito: un pavimento, un arredo. Ma dietro c’è una filiera complessa, fatta di competenze, materiali, processi.
Penso al legno: spesso si crede che “un legno valga l’altro”, ma non è così. È un materiale con mille identità, mille utilizzi, mille specificità. Ed è anche una responsabilità nostra, come sistema, non essere riusciti finora a trasmettere fino in fondo questa complessità.
Il legno non è un materiale “unico”: è un insieme di caratteristiche, prestazioni e destinazioni d’uso molto diverse tra loro. Una specie legnosa, una lavorazione o una provenienza possono cambiare completamente il risultato finale.
È anche un tema di cultura?
Assolutamente sì.
Dobbiamo riuscire a raccontare il legno con un linguaggio più accessibile, senza perdere la sua complessità.
Un po’ come dire: la gomma non è tutta uguale. Non è la stessa cosa quella da masticare e quella per le ruote. Anche il legno è così. Per questo serve più cultura del materiale, anche verso chi è fuori dal settore.
Ci sono anche falsi miti difficili da superare
Sì, soprattutto sul tema forestale.
C’è ancora una visione un po’ “disneyana” della foresta, come qualcosa che va lasciato completamente intatto, in contrapposizione all’idea di gestione attiva. In realtà è vero il contrario: una gestione forestale sostenibile è fondamentale, perché è ciò che permette alla risorsa di rinnovarsi nel tempo e alla filiera di esistere.
La scienza lo dimostra: una foresta gestita in modo corretto è più resiliente, più sicura e più capace di generare valore ambientale ed economico. Il problema è che questo messaggio fatica ancora a passare fuori dal settore.
In questo contesto, che ruolo ha il prodotto finale?
Il prodotto finale è il punto di contatto con le persone. È ciò che rende visibile una filiera che altrimenti resta invisibile.
Per questo è così importante: perché è attraverso il prodotto che passa, o non passa, il valore di tutto quello che c’è dietro.
Non posso non chiederti del pavimento in legno…
Il parquet, in questo senso, è una scelta di valore. Non solo estetico, ma culturale.
È una scelta consapevole, perché significa portare dentro gli spazi una materia viva, che ha una storia precisa: un’origine, una lavorazione, una filiera.
Non è un prodotto neutro o intercambiabile. È qualcosa che richiede conoscenza, progettazione, cura.
E proprio per questo può diventare anche uno strumento di racconto: del materiale, del territorio, del modo in cui quella materia è stata gestita e trasformata.
Quando si sceglie un parquet, in realtà si sceglie molto di più di una superficie: si sceglie un sistema.
Per chiudere, le sfide più importanti che ti aspettano?
La competitività internazionale, sempre più forte.
Le politiche europee che impattano il manifatturiero.
E la capacità di costruire programmi che partano dai territori e rispondano davvero ai bisogni delle imprese.
Ma anche una sfida più ampia, che riguarda tutto il sistema: riuscire a raccontare meglio la filiera, la complessità del legno e il valore del materiale, superando semplificazioni e false percezioni.
Una sfida che non è solo industriale, ma anche culturale.
E che passa, ancora una volta, dalla capacità di raccontare il valore del legno.



