Piantare alberi non basta: iniziamo a prendercene cura


I cambiamenti senza precedenti nel clima e nella biodiversità stanno trasformando l’ambiente. Le foreste offrono chiari vantaggi per conservare la biodiversità, aumentare lo stock di CO2, contrastare l’insorgenza di nuove pandemie, ridurre gli effetti negativi della crisi climatica e la loro conservazione e ripristino sono di vitale importanza per il nostro futuro. Ma piantare nuovi alberi non può e non deve essere la soluzione a tutto.

Il 5 giugno scorso in tutto il mondo si è festeggiato il World Environment Day, giornata dell’ambiente istituita nel 1972 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il tema per l’edizione 2021 è stato “Reimagine, Recreate, Restore” (Reimmaginare, Ricreare, Ripristinare), un invito a portare avanti azioni di gestione e ripristino degli ecosistemi mondiali e contrastare la perdita di biodiversità: ogni tre secondi infatti, il mondo perde un’area di foresta equivalente a un campo da calcio, mentre si calcola che negli ultimi 50 anni due terzi della fauna selvatica mondiale siano scomparsi e che circa 1 milione di specie animali e vegetali siano oggi in pericolo di estinzione.

Qualità e non quantità

Lo slogan della campagna ONU non è stato di certo preso a caso, e in particolare l’utilizzo del verbo “restore” pone l’accento sulla necessità di intervenire per fermare (e invertire) fenomeni di degrado in aree forestali già esistenti, conservando ciò che già abbiamo a disposizione e lasciando come piano B il “replant“, ripiantare. Ciò significa, in soldoni, che dovremo lavorare sulla qualità e non sulla quantità, e che avviare nuove foreste non ci aiuterà, almeno nel breve termine, a incontrare e soddisfare gli obiettivi di sostenibilità e di mantenimento delle temperature medie a +1.5° C entro il 2050.

Voglio però spingermi un po’ più in là, e cercare di spiegare come questo fattore non nasca da partigianerie o prese di posizione aprioristiche, ma affondi le radici in discussioni e dimostrazioni scientifiche. Poniamoci quindi una domanda: cosa succederebbe se riuscissimo a ridurre la gravità dei fenomeni globali sopra descritti piantando centinaia di miliardi di alberi? Uno studio dal titolo “The global tree restoration potential” pubblicato su Science ha cercato di fornire una risposta stimando il potenziale globale del ripristino delle aree forestali come possibile strategia per mitigare il cambiamento climatico, partendo innanzitutto dallo spazio a disposizione. Con l’aumento esponenziale della popolazione mondiale, e il conseguente allargamento di città e aree votate alla produzione di cibo, le aree a disposizione si sono ridotte in maniera drastica. Tuttavia si è scoperto che c’è spazio per ulteriori 0.9 miliardi di ettari di nuove foreste, che potrebbero immagazzinare fino a 205 gigatonnellate di carbonio. Sempre interrogandoci su questa possibilità, chiediamoci ora quanto tempo richiederebbe piantare tutti questi alberi in un’area che, secondo i calcoli dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), dovrebbe invece avere le dimensioni approssimative di Stati Uniti e Canada messi assieme. Risposta: potrebbero volerci tra i mille e i duemila anni, supponendo di riuscire a creare un milione di ettari all’anno di nuove foreste, e che ogni ettaro contenga tra i 50 e i 100 alberi. Dovremmo poi aspettare che gli alberi piantati giungano a “maturazione“, ossia sviluppino al massimo le capacità di assorbimento della CO2, e ciò comporterebbe l’attesa di ulteriori 35-100 anni.

Non abbiamo più tempo

Anche con tutta la buona volontà e gli investimenti necessari (sempre troppo pochi, visto che una volta piantate, le nuove foreste vanno anche gestite), purtroppo non disponiamo di abbastanza tempo. Con ciò non sto dicendo che sviluppare queste soluzioni sia sbagliato o poco utile: esistono in Italia e nel mondo molte società che si stanno occupando di questi progetti, e che riescono ad agire da collante tra società civile, istituzioni, enti territoriali ed organizzazioni. Il mio suggerimento è piuttosto di armarsi di realismo (piantare nuovi alberi e piantare nuove foreste potrebbe non essere sufficiente per gli obiettivi di sostenibilità al 2050), “usare” di più la scienza (dovremo imparare a quantificare gli impatti e usare i dati per realizzare modelli di adattamento al mutare delle situazioni), gestire e proteggere le foreste che già abbiamo. Queste aree stanno infatti già accumulando carbonio da decenni – se non da secoli – ed è stato dimostrato che il tasso di assorbimento del carbonio di un albero accelera con l’invecchiamento. Se disturbate o degradate, le foreste già esistenti potrebbero reimmettere in atmosfera lo stock immagazzinato, con conseguenze catastrofiche.

Se posso compensare, posso continuare a inquinare?

E qui arrivo all’ultimo, importante punto di questo breve contributo: negli articoli precedenti di questa rubrica ho sottolineato molte volte come il cambiamento non possa avvenire senza un profondo ripensamento delle nostre logiche di vita, produzione e consumo; è in quest’ottica che credo dovremo rimodellare anche il concetto di compensazione, spesso associato all’idea di piantare nuovi alberi. Come abbiamo già visto più sopra, piantare nuovi alberi richiede molto tempo e gli effetti non sono immediatamente apprezzabili; ciò dovrebbe aiutarci a sconfessare (ma ahimè al momento non sempre è così) il ragionamento “se posso compensare, posso continuare a inquinare”.

di Diego Florian