Le nuove parole del parquet (cosa è cambiato? L’amore)


Federica Fiorellini

Me lo ha chiesto qualche giorno fa Renza Altoè Garbelotto, con la semplicità delle sfide importanti: “Quali sono, oggi, le parole del parquet? Com’è cambiato il nostro modo di raccontarlo?”.

Ci ho pensato. A lungo.

Ho ripensato a quando, neolaureata, varcavo con timidezza la soglia di una casa editrice tecnica. Il mio primo compito è stato quello di leggere e fare “editing”: capire, sfoltire, armonizzare gli articoli dei collaboratori.

Fascia, bindello, listone, due strati, parquet massiccio, primer, rasante, rigatino, fiammato, prima e seconda scelta, durezza, stabilità dimensionale… E poi merbau, doussié, afrormosia, iroko. I pavimenti in legno si raccontavano così: misure, specie legnose, caratteristiche tecniche e prestazionali, schemi di posa, sistemi di posa.

Leggevo questi termini con soggezione. Il più delle volte dovevo chiedere a qualche collega di decifrarli per me.
Mi affacciavo su un mondo preciso, fatto di sapere artigiano e industria. Capivo che dietro c’erano competenze, tecnologia, mani esperte anche.

Sono passati quasi trent’anni.

Dieci anni fa nasceva I Love Parquet. È nata da una sfida importante: l’edilizia stava cambiando, il modo di acquistare stava cambiando, il ruolo della stampa tecnica stava cambiando. Il mondo stava cambiando. E io ho dovuto cambiare con lui, ripensare il mio mestiere di giornalista specializzata.

Più che spiegare, ho imparato ad ascoltare. Più che definire, a raccontare.

Quali sono oggi le parole del parquet?

Sono parole che parlano di emozioni, perché il legno non si sceglie solo con la testa. Questo lo abbiamo capito.
Sono parole che toccano i cinque sensi.
Sono parole che raccontano di cura, di silenzio, di scelte consapevoli.
Sono parole che parlano di economia circolare, perché ciò che nasce dalla natura può (se lavorato con intelligenza) tornare alla natura senza sprechi.
Sono parole che raccontano di stoccaggio di CO₂ e di sostenibilità, perché ogni tavola di legno racchiude in sé una responsabilità verso il pianeta.
E sono parole che parlano di bellezza. Non una bellezza effimera, ma quella che coincide con la bontà, come dicevano i Greci: ciò che è bello è anche buono, giusto, duraturo.
E, infine, sono parole che parlano di gioia. Perché non c’è niente di più bello che entrare in casa, togliersi le scarpe e sentire sotto i piedi la materia viva del legno.

 

Oggi, raccontare il parquet non significa solo descriverlo. Significa farlo amare. Questo è cambiato.

Se vogliamo che diventi un lovemark, dobbiamo cambiare linguaggio. Imparare a dire tutto quello che una scheda tecnica non può contenere.

E forse, oggi più che mai, è questo il compito più bello del mio mestiere. E del vostro.