Lunga vita alle filiere forestali corte


I contraccolpi della crisi portata dalla pandemia (e le progressive riaperture) e il caso Ever Given hanno evidenziato uno sbilanciamento tra domanda e offerta nel mercato di molti beni, compreso il legno. Una situazione che si fa ancora più complicata per un paese come il nostro, in cui si importa molto, si taglia poco e in cui l’economia forestale non è particolarmente strutturata.

Le notizie circa la scarsità di materia prima legnosa e le preoccupanti fluttuazioni dei prezzi che si sono susseguite sono apparse già nei primi mesi del 2021 su molti giornali e testate, mettendo in allarme il mercato e le aziende. Da una parte, in realtà, questi sobbalzi erano già attesi da un anno, da quando cioè il mondo intero ha iniziato a fare i conti con la pandemia: i dati della ricerca “Impacts of Covid-19 on wood value chains and forest sector response: Results from a global survey 2020“, condotta da FAO a giugno 2020 e pubblicata a novembre dello stesso anno, avevano messo in guardia sulle ricadute economiche e ambientali del lockdown, sottolineando il divario che si stava creando tra attività selvicolturali e di prima trasformazione e domanda finale.

A peggiorare la situazione è arrivato a marzo 2021 l’incagliamento della portacontainer Ever Given, la nave di proprietà della taiwanese Evergreen Marine che ha bloccato per una settimana (23-30 marzo) il Canale di Suez, la porta di accesso che controlla quasi il 12% del traffico mondiale di merci. Questo fatto da solo ha causato perdite e ritardi che si sono aggirati attorno ai 9.6 miliardi di dollari al giorno. Come ha detto Ian Goldin, professore esperto in globalizzazione e sviluppo dell’Università di Oxford, in un articolo uscito sul New York Times qualche settimana fa, “man mano che diventiamo più interdipendenti, siamo ancora più soggetti alle fragilità che si presentano e che sono sempre più imprevedibili”.

I limiti delle catene troppo “allungate”

Questi due eventi, evidentemente slegati tra di loro, hanno evidenziato in maniera chiara i limiti dell’eccessiva dipendenza da catene di approvvigionamento troppo “allungate“, e – per osmosi – riacceso il dibattito su altre questioni, tra cui l’equilibrio tra produzione just in time e stock a magazzino. Per l’Italia, paese manifatturiero ed esportatore per eccellenza, il tema assume anche una connotazione strutturale e, per così dire, politica: se guardiamo infatti alla parte forestale e dei prodotti collegati, ogni anno importiamo più dell’80% del fabbisogno di materia prima, soprattutto da Austria, Francia, Svizzera, Germania e Balcani; ciò a fronte di un tasso continuo di crescita delle nostre foreste e di un prelievo tra i più bassi in Europa (tra il 20 e 30%, contro una media europea del 60%).

Come si diventa un paese “forestale”?

La prima considerazione che mi viene in mente potrebbe essere quindi riassunta in una massima: non bastano tanti alberi a rendere un paese “forestale“. Abbiamo 1/3 del nostro territorio coperto da boschi (e in questo siamo molto più “verdi” rispetto a nazioni come Polonia, Francia, Danimarca o Romania); molto spesso si tratta di aree abbandonate di cui la Natura si è riappropriata, ma non sappiamo cosa farcene. Questo, chiaramente, è da imputare a molti fattori, tra cui un sistema frammentato di burocrazia e gestione, e politiche che nei decenni si sono dimenticate, tra le altre cose, delle ditte forestali di estrazione e prima trasformazione – spesso a conduzione familiare e troppo piccole per reggere la concorrenza con le più attrezzate e organizzate imprese austriache o slovene. E così la più grande infrastruttura verde del nostro paese ha finito per contare solo qualche decimo (!) di punto percentuale nel sistema economico italiano. Certo, non si diventa un paese “forestale” dall’oggi al domani – e questa è la seconda considerazione: c’è bisogno di cultura e formazione; di sistemi per la valorizzazione del prodotto legnoso nazionale e da filiera corta; di un mercato che sappia gestire offerta e domanda; di infrastrutture; di progetti di gestione che tengano conto di tutti gli aspetti legati al bosco e – in senso più ampio – al territorio.

Riscopriamo e utilizziamo le produzioni locali

Dati alla mano però (Yearbook of forest products FAO, 2017), il nostro paese sarebbe già in grado di soddisfare circa il 30% della domanda annua di prodotti da latifoglia e quasi il 70% di quelli da conifera. Basterebbe questo a coprire la domanda interna e a metterci al riparo da fluttuazioni dei prezzi e dell’offerta? Forse (la prudenza in questi casi è d’obbligo): in periodi “normali“, sicuramente potrebbe contribuire a un maggiore controllo delle dinamiche di mercato, e a predisporre a cascata politiche attive e di concertazione nel settore. In periodi “eccezionali” questo effetto verrebbe un po’ meno – ricordiamoci che Vaia ha reso disponibili in brevissimo tempo quantitativi di legname 7 volte superiori al prelievo annuo nazionale: qui un sistema di gestione nazionale potrebbe aiutare a velocizzare i processi di normalizzazione, tenendo per quanto possibile a bada i prezzi e i tentativi di speculazione. D’altra parte, è anche vero che non sempre le tipologie e gli assortimenti di legname nazionale sono sufficienti a soddisfare la variegata domanda che le nostre filiere del legno-arredo, altamente specializzate, richiedono; iniziare a riscoprire e utilizzare alcune produzioni locali potrebbe però arricchire i prodotti finiti di maggior valore aggiunto, oltre che ad attivare ricadute positive per lo sviluppo del territorio. A patto che gli approvvigionamenti siano sostenibili e provenienti da una gestione forestale socialmente e ambientalmente responsabile. Da questo punto di vista, una risposta potrebbe arrivare dalla tanto attesa Nuova Strategia Forestale, in attesa di vaglio definitivo da parte del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali – un segno che i tempi sono maturi per un cambio di marcia. Problematiche e soluzioni di questo tipo sono dibattute da anni, e come abbiamo visto più sopra, alcuni recenti eventi potrebbero rappresentare un vero punto di svolta per ricostruire o riattivare le filiere corte forestali nazionali. Un salto di qualità che aiuterebbe produzione, conservazione e gestione del patrimonio, e che ci porterebbe a dire meno spesso che l’erba – anzi, le foreste – dei nostri vicini è sempre più verde.

di Diego Florian