I Big Data salveranno le nostre foreste (forse)


Ogni minuto perdiamo aree forestali grandi come 27 campi da calcio e il 15-30% del legno venduto sul mercato ha origine illegale o sconosciuta: questi numeri fanno capire come la protezione delle foreste sia ancora un obiettivo lontano, e come in molti contesti la realtà si scontri con controlli e istituzioni ancora troppo blandi. Grandi banche di dati, informazioni in real time, georeferenziazione e tecniche forensi possono aiutarci a colmare questi vuoti – a patto che vengano utilizzati in modo corretto.

Vorrei iniziare la rubrica di questo numero con un piccolo esperimento: prendete il vostro telefono ed effettuate una qualsiasi operazione. Aprite un’app, fate una ricerca tramite Google, leggete una mail. Riponete il telefono in tasca o sul tavolo. Bene, l’esperimento è terminato.

In questo piccolissimo lasso di tempo, qualsiasi cosa abbiate fatto con il vostro smartphone, avete lasciato una traccia, un’informazione, un dato: il tipo di applicazione usata, il tempo di utilizzo, i contenuti usufruiti… Ora moltiplicate il numero di queste informazioni per altri ambiti della vostra vita, on e off line (la coda alle poste, il servizio di home banking, i chilometri che facciamo con la nostra macchina, i prodotti che acquistiamo al supermercato) e capirete che gran parte dei servizi che utilizziamo, dei prodotti che compriamo, delle cose che guardiamo, è costruita attorno a Big Data, ossia grandi serie di informazioni.

Negli ultimi decenni, queste enormi banche dati sono cresciute a dismisura, arrivando a lievitare di 2.3 trilioni di Gigabyte ogni giorno; le velocità di processazione e calcolo sono diventate infinitamente più grandi, così come la varietà e i campi di applicazione. Tra questi, non fa eccezione quello forestale: gestori e operatori possono ora ottenere informazioni rilevanti su copertura, tipologie di alberi presenti nelle unità di gestione, impatto ambientale delle attività pianificate, incendi, valori naturali e aree di conservazione e quantità di legname estratto, utilizzando semplici software di calcolo sul proprio computer. Queste informazioni, combinate con dati in tempo reale e mappe satellitari, permettono non solo il monitoraggio delle aree forestali, ma anche la costruzione di modelli predittivi e una migliore tracciabilità del legno.

Un articolo del giornalista freelance Aisling Irwin apparso su Nature nel 2019 ha ricostruito le enormi potenzialità dei Big Data nella lotta ai crimini forestali, presentando il caso del Global Timber Referencing Project in cui sono coinvolti i Kew Garden di Londra, WWF ed FSC. Attraverso la costruzione di un enorme database di specie legnose e l’adozione di tecniche forensi per l’analisi delle fibre, il progetto si è posto l’ambizioso obiettivo di diminuire le aree grigie e i buchi istituzionali attraverso i quali l’illegalità opera. “Le evidenze documentali che accompagnano il legname sono spesso facili da manipolare. Per questo, coloro che hanno il compito di combattere il commercio illegale si stanno affidando sempre più alla tecnologia”, si legge nell’articolo. I ricercatori dei Kew Garden hanno sviluppando una serie di strumenti in grado di identificare la specie e il paese di provenienza del legno e, grazie al rilevamento delle impronte chimiche e genetiche delle fibre e al confronto con le informazioni già presenti nel database, possono ora determinare anche il luogo esatto dove è cresciuto l’albero da cui è stata ricavata la materia prima.

Questo tipo di analisi può essere esteso ad ogni prodotto legnoso: dai semilavorati al parquet, dal cippato alla carbonella. Sempre nell’articolo di Aisling si fa infatti riferimento ad un altro caso di successo, quello della collaborazione tra WWF Germania e il Thünen Centre of Competence on the Origin of Timber di Amburgo. Attraverso la ricostruzione digitale delle sezioni di pezzi di carbonella, si è potuto ricostruire l’anatomia del legno e la composizione, arrivando all’incredibile scoperta che il 40% del materiale analizzato aveva origine tropicale.

L’ultimo caso che voglio presentare è stato reso noto a fine febbraio di quest’anno: il Brasile ha infatti lanciato in orbita l’Amazonia-1, primo satellite interamente costruito nel paese sudamericano che fornirà ai ricercatori aggiornamenti più frequenti sulla deforestazione e l’attività agricola nella più grande foresta pluviale tropicale del mondo. Fino ad oggi, infatti, il programma brasiliano di monitoraggio si è basato sui dati prodotti dal satellite statunitense Landsat, che fornisce immagini ad alta definizione ogni 16 giorni, o dai satelliti sino-brasiliani CBERS-4 e CBERS-4A, che insieme inviano immagini ogni 3-4 giorni. L’Amazonia-1 sarà in grado di condividere dati ogni 24/48 ore, aumentando notevolmente la capacità di intercettare tagli illegali, miniere abusive ed incendi dolosi.

I limiti a questo salto in avanti nella lotta ai crimini forestali grazie ai big data e alla tecnologia purtroppo derivano dall’artefice stesso di questi progressi: l’uomo. I ricercatori brasiliani devono ad esempio affrontare crescenti tagli ai finanziamenti e una sempre maggiore spaccatura politica sul programma spaziale; d’altra parte, molti paesi nel mondo non sono in grado di – o non vogliono – accompagnare alle prove documentali analisi scientifiche come quelle messe in campo con il progetto Global Timber Referencing. È il solito cane che si morde la coda, che in questo caso finisce poi per mangiarsi anche le foreste.

di Diego Florian