Sara Bruno: il parquet nelle vene

Primi passi di una millenial “figlia d’arte”

Innovazione, sostenibilità e trasparenza. Sono i tre capisaldi della vision di Sara Bruno, quarta generazione dell’omonimo produttore di pavimenti in legno, Bruno Parquet. Classe 1993, una laurea in lingue straniere e un Master in fase di completamento. Da circa nove mesi ha cominciato a prendere confidenza con il lavoro nell’azienda di famiglia. Il suo contributo è già tangibile in molte delle recenti strategie commerciali e di marketing del marchio. Ce ne ha parlato lei stessa.

Ciao Sara, come ci sente a rappresentare il futuro di una realtà con oltre 90 anni di storia?

Un po’ sicuramente pesa. Ma questo non vuol dire che mi provochi ansia. Anzi, lo trovo uno stimolo. Dà motivazioni e riempie di orgoglio. Il fatto di poter comunque sempre contare su mio padre, poi, alleggerisce parecchio”.

Di cosa ti occupi di preciso?

A dire il vero devo ancora intraprendere la mia strada. Cerco di mettermi a disposizione di tutte le divisioni, perché credo che abbia da imparare da ogni ambito. Principalmente spazio dalla comunicazione sui social al marketing più in generale, cimentandomi spesso e volentieri anche nella vendita e nella presentazione del prodotto agli architetti. Un’attività quest’ultima che sento mia più di altre per una predisposizione naturale che ho nel relazionarmi con le persone”.

Metterti alla prova nell’azienda di famiglia è stata una tua scelta?

Tutta farina del sacco di mio padre. Non era un pensiero che prima mi aveva mai sfiorata, ma quando mi è stata messa davanti questa possibilità ho accettato con entusiasmo. Anche perchè la formula permetteva il completamento del mio percorso di studi”.

Ci spieghi meglio?

Il mio inserimento è avvenuto attraverso un Master in internazionalizzazione dei processi aziendali in alto apprendistato. L’azienda poteva assumere un apprendista tramite selezione o presentando un candidato. E mio padre ha colto la palla al balzo”.

Quindi stai lavorando anche sull’internazionalizzazione della società?

Sto provando a offrire il mio contributo. Qualcosa, però, siamo già riusciti a realizzarlo. Penso agli ottimi feedback raccolti durante lo scorso Cersaie, al recente rebranding e alla prima partecipazione al Fuorisalone di Milano. Un passo alla volta…

Chi è che senti più di supporto in questa esperienza?

Non c’è una persona nello specifico. Certo, il tutor del mio Master è il direttore commerciale. Ed è probabilmente lui la persona che più mi sta seguendo dal punto di vista formativo. Ma c’è un ottimo rapporto con tutti i colleghi. L’inserimento nel team è stato davvero dei migliori”.

E del rapporto con tuo padre, cosa ci racconti?

Non è che cambi più tanto da casa all’ufficio. Anche sul lavoro rimane una persona seria e di ottimi valori. A volte, con fare indifferente, vedo che viene a controllare. Ma mi lascia sempre la massima libertà di espressione. Se c’è una cosa che non ci manca è la fiducia reciproca”.

Cosa dovrebbe fare secondo te Bruno Parquet per rinnovare la propria immagine?

Sicuramente abbiamo un ottimo prodotto, ma serve un modo diverso di raccontarlo. Dunque più comunicazione, soprattutto social: la direzione è ormai questa e tergiversare ulteriormente equivale a lasciarsi sfuggire un’occasione enorme. E ancora: puntare con decisione sul design, magari aggiungendo forme e lavorazioni particolari, per soddisfare le richieste del mercato attuale. Ultimo, ma non per importanza, continuare a sviluppare le iniziative per la sostenibilità, un tema in cui credo e crediamo molto e sul quale non dobbiamo mai sentirci arrivati“.

Cosa ne pensano tuo padre e il resto del management di questo tuo “manifesto”?

Vedo che c’è una certa convergenza d’opinioni. L’idea di unire tradizione e innovazione sembra piacere: dalle pagine Facebook e Instagram – che aggiorno personalmente, a volta anche con contenuti informativi, per non cadere nella solita autoreferenzialità che affligge il digital – al già citato rebranding, fino alla nuova gamma Veins, concepita strizzando l’occhio agli architetti, e, per quanto riguarda l’ambiente, all’adozione del compensato di Betulla CARB e di oli naturali in sostituzione delle tradizionali vernici. Insomma, c’è stata una bella svolta”.

Quanto c’è di tuo nella linea Veins?

Beh, è un lavoro a cui ho partecipato assieme ad altri colleghi, ma essendo il primo sul prodotto per me ha un valore speciale. Si tratta di una famiglia di dieci pavimenti dal look materico e ricercato, ciascuno con un proprio carattere e un proprio nome, che in questo caso è per tutti il prefisso “B” di Bruno Parquet, da intendere come verbo essere inglese, più l’aggettivo che li contraddistingue, sempre in lingua inglese. Abbiamo allora B. Different, B. Creative, B. Logic, B. Crazy, B. Elegance… Così che ogni architetto possa subito trovare uno spunto per il parquet più adatto allo spirito del suo progetto. Per sottolineare il cambio di passo rappresentato da questa linea, abbiamo anche investito in un nuovo catalogo, dominato dalle immagini e da un layout grafico moderno, che riprende per certi aspetti quel modello di storytelling a cui ci hanno abituati i vari social. Poi su quanto ci sia di mio vorrei che rispondessero gli altri. Senz’altro è stato un grande risultato di squadra e siamo veramente soddisfatti di quello che ne è venuto fuori”.

Per essere molto giovane e alla prima esperienza, pare tu abbia già le idee piuttosto chiare: è così anche in fatto di parquet? Quali sono i tuoi gusti per un pavimento in legno?

In generale sono per la semplicità. La spina non mi dispiace. Ma se dovessi scegliere, opterei ancora per i listoni posati a correre. Se devo invece guardare in casa, adoro il concetto legato al recupero di materiale che c’è dietro il B. Logic, ma lo metto a pari merito con il Noce Americano consumato a mano del B. Elegance”.

Domanda trabocchetto: se non fosse arrivata quest’opportunità nell’azienda di famiglia, in quale altro settore ti saresti cimentata?

Il sogno nel cassetto è quello di aprire un bed & breakfast, o comunque una struttura ricettiva, all’interno della quale organizzare attività con e per i bambini, come ad esempio l’ippoterapia, essendo i cavalli una delle mie principali passioni. Ma credo che rimarrà custodito ancora per un po’. Sento che la mia esperienza qui nell’azienda di famiglia è solo all’inizio. Poi in futuro chissà… E una cosa non è detto che debba necessariamente escludere l’altra”.

di Davide Vernich