Sviluppo sostenibile, la ricetta dei ricercatori: meno alberi e più foreste!

Per mantenere l’equilibrio dei processi ecologici che sono alla base della vita sul nostro pianeta è fondamentale garantire la conservazione e la ricostruzione delle foreste naturali: occorre una mappa globale in grado di individuarle con chiarezza e mappare il loro grado di “naturalità”.

Piantare nuovi alberi non basta per mitigare gli effetti del cambiamento climatico: è fondamentale anche proteggere le foreste esistenti, soprattutto quelle più antiche e più ricche di biodiversità, dai danni causati dall’uomo. E per farlo serve una mappa globale che non si limiti ad individuare le aree verdi, ma che sappia indicare quali sono le foreste intatte, quali quelle oggetto di sfruttamento e quali le nuove piantagioni artificiali. È l’appello lanciato in un paper pubblicato su Conservation Biology dai professori Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna e Giunluca Piovesan dell’Università degli Studi della Tuscia.

Quello della conservazione delle foreste è un tema drammaticamente all’ordine del giorno. “Gli enormi incendi che abbiamo visto in queste settimane in Amazzonia e in Siberia sono una pericolosa minaccia per l’equilibrio degli ecosistemi e possono favorire l’accelerazione dei cambiamenti climatici – spiega Chiarucci. L’idea di piantare nuovi alberi per assorbire rapidamente l’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera è una soluzione semplicistica, che non tiene conto della complessità degli ecosistemi forestali. Per mantenere l’equilibrio dei processi ecologici che sono alla base della vita sul nostro pianeta è invece fondamentale garantire la conservazione e la ricostruzione delle foreste naturali”.

Foreste o piantagioni?

Per mettere in campo politiche efficaci di protezione delle foreste a livello globale – sostengono i ricercatori – è essenziale prima di tutto individuare dove sono le foreste e stabilire quale sia la loro estensione nelle varie aree del pianeta. Come ottenere queste informazioni? La soluzione oggi più utilizzata è l’analisi delle immagini satellitari: le zone coperte dalle chiome verdi degli alberi – si è pensato – non possono che essere le foreste che stiamo cercando. Purtroppo però non è così semplice.

Un territorio coperto da alberi non sempre è una foresta: una coltivazione di alberi da frutto, per quanto densa possa essere, non è certo una foresta, come non lo è un impianto di alberi finalizzato alla produzione legnosa – prosegue Chiarucci. Basare l’attività di monitoraggio solamente sull’analisi delle aree coperte da alberi può essere pericoloso perché si rischia di confondere semplici aree produttive con i ben più complessi ecosistemi forestali”.

Ecosistemi e biodiversità

Qual è allora la soluzione? La proposta degli studiosi consiste nel mettere in campo metodologie più sofisticate, in grado di individuare con chiarezza le aree coperte da foreste e – attraverso sistemi di monitoraggio dei livelli di biodiversità – mappare il loro grado di “naturalità”: foreste intatte, foreste antiche, foreste controllate dall’uomo e foreste in rewilding, che stanno cioè tornado al loro originario stato selvaggio dopo un periodo di sfruttamento.

Molti ecosistemi forestali in diverse aree del pianeta sono minacciati dall’intervento dell’uomo – sottolinea Chiarucci. Per questo motivo, mappare, monitorare e preservare le foreste intatte e le foreste antiche è in questo momento una priorità: il loro ruolo nella conservazione della biodiversità è cruciale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Ruolo che diventa ancora più decisivo se pensiamo che la superficie coperta dalle foreste, quelle vere, a livello globale è in continuo calo, e non potrà che diminuire anche nei prossimi anni.

Più che piantare nuovi alberi, allora, i ricercatori suggeriscono di preservare le foreste esistenti e il complesso ecosistema che vive al loro interno, a partire da quelle che oggi sono sfruttate dall’uomo. “Una certa proporzione delle foreste oggi oggetto di sfruttamento, possibilmente il 20%, andrebbe protetto e destinato a processi di rewilding per far rinascere ecosistemi pienamente funzionali – afferma Chiarucci. Le foreste vanno protette e lasciate ai loro processi naturali, per assicurare la persistenza della biodiversità e anche per lasciare alle generazioni future un’immagine di come fosse il nostro pianeta prima della trasformazione profonda avvenuta durante l’Antropocene”.

I protagonisti dello studio

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Conservation Biology con il titolo “Need for a global map of forest naturalness for a sustainable future”.

Gli autori sono Alessandro Chiarucci, docente al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, e Gianluca Piovesan, docente al Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali dell’Università degli Studi della Tuscia.