Deforestazione: serve maggiore trasparenza

La maggioranza delle grandi realtà industriali non comunica in modo trasparente l’impatto dei rispettivi asset sulla deforestazione globale, oltre a non adottare misure adeguate a favore della salvaguardia delle foreste.

Questo è quanto emerge dal nuovo report CDP, la piattaforma globale di rendicontazione ambientale che ogni anno raccoglie dati ambientali da oltre 7.000 attività.

I dati rivelano che sono oltre 1.500 le società che hanno un impatto significativo sulla deforestazione o che possono incorrere nel rischio di deforestazione ambientale e che nel 2018 sono state invitate da investitori e organizzazioni di acquisto a comunicare informazioni circa l’attenzione alle foreste attraverso la piattaforma di reporting di CDP. Ciò nonostante, il 70% non l’ha fatto, rifiutando di fornire maggiori dettagli sui principali elementi responsabili della deforestazione: legno, olio di palma, allevamenti di bestiame e soia.

Più di 350 società non hanno fornito risposte sul triennio 2018-2016, tra cui i principali marchi di consumo come Dominos, Next, Ferrero e Sports Direct assieme all’americana specializzata nel settore alimentare Mondelez e il suo fornitore di olio di palma Rimbunan Hijau Group, leader nella regione della foresta pluviale del Sarawak, in Malesia. Questi gruppi utilizzano ampiamente prodotti che figurano tra i principali responsabili della deforestazione. A titolo di esempio si può citare l’acquisto di olio di palma per realizzare i cioccolatini, così come il cuoio per le scarpe, la carta per le scatole della pizza e il legno per i mobili. A ciò si aggiunge che le aree forestali vengono continuamente messe a rischio dall’allevamento intensivo di bestiame, ma anche dall’agricoltura stessa.

Il nuovo rapporto di CDP rivela che la trasparenza aziendale sulla deforestazione (con un tasso di divulgazione del 30% nel 2018) è in netto ritardo rispetto ad altre questioni ambientali come il cambiamento climatico e la sicurezza idrica (entrambe stabili al 43%). L’importanza di preservare le foreste non è fondamentale solo per scongiurare danni di business a livello corporate, bensì anche come strumento risolutivo per combattere il cambiamento climatico e rassicurare le crescenti preoccupazioni di investitori, acquirenti e consumatori.

Morgan Gillespy, global director CDP Forests, ha commentato: “Il silenzio è assordante quando si tratta delle misure aziendali nei confronti della deforestazione. Per troppo tempo le società hanno ignorato l’impatto delle loro catene di approvvigionamento sulle foreste esistenti, senza prendere sul serio i rischi che ne derivano, sia lato business sia sulla società globale. Attualmente, la preoccupazione per l’ambiente è ai massimi livelli e le multinazionali hanno il dovere di essere trasparenti e intraprendere azioni decisive per la salvaguardia delle foreste. Di pari passo, i consumatori si mostrano sempre più sensibili a questo tema e desiderosi di sincerarsi che nel loro carrello non ci siano prodotti responsabili della deforestazione dell’Amazzonia, dell’estinzione degli oranghi e del cambiamento climatico. I gruppi industriali che mirano a mantenere una quota di mercato devono ascoltare i loro clienti, investitori e consumatori, così da non rischiare di incappare in situazioni sfavorevoli. Il rischio reputazionale, infatti, è il pericolo maggiore che può derivare da una mancata attenzione nei confronti della deforestazione, un tema destinato ad acquisire sempre più importanza a seconda del cambiamento del mercato e dei consumi in un’ottica sostenibile”.

Nel 2018 un totale di 306 società ha collaborato con CDP condividendo i propri rapporti di sostenibilità e fornendo dettagli sulla provenienza di legno, olio di palma, bestiame e soia, indicando anche le misure intraprese per combattere la deforestazione all’interno delle loro catene di approvvigionamento. Analizzando le risposte di queste attività, il report rivela che le iniziative sono insufficienti per risolvere il problema della deforestazione. Tuttavia, è interessante osservare come il danno reputazionale del brand derivante dalla deforestazione sia indicato come il rischio di gran lunga più frequente. Circa un quarto (24%) delle società non intraprende affatto o adotta misure circoscritte per combattere la deforestazione, ad esempio concentrandosi su una singola categoria merceologica, senza rendere più sostenibile le altre merci che attraversano la propria catena di approvvigionamento. I dati confermano poi che oltre un terzo delle realtà interpellate non sta lavorando con i fornitori al fine di ridurre il proprio impatto ambientale sulle foreste. Ciò è emblematico di un divario critico, in quanto la deforestazione è quasi sempre un problema di filiera, ad eccezione di quei casi in cui la società sia un produttore diretto. Complessivamente, vengono riportate perdite potenziali per un valore di 30.4 miliardi di dollari dovute all’impatto dei rischi da deforestazione, tra cui danni reputazionali, cambiamenti normativi e catastrofi naturali come incendi e cattivi raccolti. Eppure, tutto ciò è solo la punta dell’iceberg, dato che circa un quarto delle società prevede una stima quantitativa delle potenziali perdite. Inoltre, i dati mostrano che quasi un terzo del campione non include le problematiche relative alla deforestazione nel processo di valutazione del rischio. Tuttavia, tra le realtà che ne prendono atto, quasi tutte (92%) confermano rischi sostanziali, suggerendo che il rischio aziendale e l’impatto finanziario associati alla deforestazione siano sottostimati.

Sono quasi 450 le società e più di 50 i governi che si sono impegnati a porre fine alla deforestazione entro il 2020, ma l’azione del settore fino ad oggi non è stata sufficiente nel raggiungimento di questo obiettivo, con realtà che già hanno dichiarato pubblicamente l’impossibilità di rispettare questa deadline. La deforestazione continua ad un ritmo di 5 milioni di ettari all’anno (equivalenti a 15 campi da calcio ogni minuto). Invertire questa tendenza è essenziale per affrontare i problemi associati al cambiamento climatico. Ad esempio, il report dell’IPCC sull’1,5 °C evidenzia la necessità di utilizzare le foreste come pozzi di assorbimento del carbonio.

I dati di CDP mostrano che l’83% degli obiettivi aziendali sulla deforestazione hanno come scadenza il 2020 e solo il 14% si estende oltre questa data, facendo ipotizzare che le misure aziendali contro la deforestazione si possano esaurire nel breve termine.

Un altro dato interessante che emerge dal rapporto di CDP è che ci sono alcune realtà all’avanguardia che promuovono diverse iniziative a sostegno delle foreste, grazie ad un’intensa collaborazione con i propri fornitori. Ad esempio, il colosso mondiale della bellezza L’Oréal e il produttore tedesco di beni di consumo Beiersdorf sono leader nell’approvvigionamento sostenibile dell’olio di palma. Per incoraggiare i propri fornitori a gestire l’impronta forestale, L’Oréal ha sviluppato il Sustainable Palm Index, con l’obiettivo valutare l’impegno e i risultati ottenuti dai fornitori nella lotta alla deforestazione.

Infine, i dati di CDP mostrano che per le attività disposte a prestare maggiore attenzione alla salvaguardia delle foreste ci sono maggiori possibilità di crescita. 76 società hanno infatti segnalato opportunità di business come l’aumento del valore del marchio e l’innovazione di prodotto – valutate per un totale di 26.8 miliardi di dollari, di cui la metà di questo valore è dato come altamente probabile o, addirittura, certo.

Gillespy ha aggiunto: “I nostri dati rivelano che le società non stanno facendo abbastanza per porre fine alla deforestazione. Nel frattempo, sono centinaia le attività ad alto impatto ambientale che non hanno consentito a CDP l’accesso alle loro informazioni e, pertanto, non sono state analizzate in questo report, eventualmente perdendo anche enormi opportunità di business. In altre parole, è come starsene comodamente seduti su una bolla pronta a scoppiare senza che i propri investitori, clienti e consumatori finali ne siano a conoscenza, pur richiedendo sempre maggiore trasparenza”.