L’uomo che sogna di piantare ebani

Ha 54 anni, un diploma di perito del legno, una laurea in economia politica. Un olfatto molto sviluppato, che gli permette di riconoscere a occhi chiusi i legni centinaia di specie legnose diverse. Gianni Cantarutti non è un semplice collezionista, non è solo un wood expert. Il legno è la sua vita.

La vita è fatta di coincidenze, di incontri fortuiti tra persone e avvenimenti. Così, un mesetto dopo aver scoperto e letto, per puro caso, “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono (un piccolo racconto che è un messaggio d’amore per la natura), mi sono imbattuta in Gianni Cantarutti.

Wood expert” lo definisce chi lo conosce, ma a lui questa parola non piace molto: “Ci vorrebbero tre vite per dire di conoscer bene i legni che si impiegano. Sono un uomo che ama il legno, punto”. E lo ama a tal punto da dedicargli tutta la vita, senza avere nulla in cambio, se non il piacere di poter condividere la sua passione, le sue conoscenze.

Ho letto della xiloteca di Gianni a San Giovanni al Natisone, in provincia di Udine, qualche tempo fa e mi sono sempre riproposta di andarla a vedere di persona. È arrivato prima lui e mi ha invitato a farlo… “Perché devi vedere con i tuoi occhi per capire fino in fondo”.

È così è stato. È un luogo magico Ligna Mundi (questo il nome che Gianni ha dato, da subito, alla sua mostra permanente), che raccoglie specie legnose e oggetti in legno provenienti da ogni parte del globo.

Ognuno ha una storia, ognuno è legato a un viaggio, a un incontro. Fai fatica a stargli dietro quando ti racconta del bradipo che ha salvato in Brasile, abbarbicato alla cima di un albero che stava bruciando, oppure del suo incontro con la maestosa Olneya tesota, l’Iron Wood, nel deserto di Sonora, in Messico, o ancora del pezzetto di legno regalatogli da un aborigeno in Australia, che ancora non è riuscito a catalogare.

Mentre lo ascolto capisco che la sua vita è lì, in mezzo ai suoi legni, che conosce come le sue tasche (e sono quasi duemila!) e mi rendo conto della potenza e della forza del lavoro individuale. Mi incuriosisce capire l’inizio, il piccolo seme da cui tutto è partito, e comincio a fargli domande…

Gianni Cantarutti nella sua xyloteca di San Giovanni al Natisone (UD).

Come nasce la tua passione per il legno?

In mezzo al legno ci sono nato: mio padre e mia madre, di mestiere, tagliavano le giovani robinie dei boschi del manzanese, da cui poi si ricavavano pali per il settore vitivinicolo. Mia mamma Anna ha lavorato nei boschi fino a pochi giorni prima di partorirmi, così ho iniziato a sentire il profumo del legno sin da quando ero nella pancia. Non è un caso che riconosca la robinia anche da bendato, anzi, direi che in genere riconosco i legni più con all’olfatto che con la vista. Con alcuni è più difficile, perché sono quasi inodore, molti altri sono profumatissimi, come il cedro o il ginepro. Tornando alle robinie, ero piccolissimo e già andavo con i miei nei boschi a cercarle, avrò avuto tre o quattro anni. Così come avevo pochi anni quando il mio papà mi portava a casa piccoli pezzi di legno colorati, che altro non erano che gli scarti di produzione di una grandissima segheria della nostra zona, scarti che lui si occupava di smaltire, portandoli con il suo furgoncino in vecchie cave. Appena potevo lo seguivo sul furgone, per poter tenere tra le mani i trucioli, i cunei, i bastoncini di ogni foggia che erano destinati a essere bruciati“.

L’idea della xiloteca è partita così?

Questo strano mondo mi affascinava e mi incuriosiva al tempo stesso. Catalogavo quei piccoli pezzi di legno, li studiavo, li custodivo all’interno di piccoli sacchettini che riponevo dentro il comodino e alla sera, prima di andare a dormire, li annusavo. Spesso mio papà, esasperato, prendeva quei bastoncini e me li bruciava sulla stufa e per me era una piccola tragedia, perché ognuno di quei legnetti aveva la sua storia: di ognuno visualizzavo il tronco e poi andavo a documentarmi sul paese di provenienza, sulle popolazioni che potevano essere venute a contatto con quell’albero, sugli animali ai quali poteva aver fatto da rifugio, sul paesaggio che lo aveva circondato…“.

Come ti documentavi?

Prima sulle enciclopedie che trovavo per casa – te la ricordi I Quindici? – poi, alle superiori, ho iniziato a reperire notizie più dettagliate. Non potevo che scegliere una scuola professionale per il settore legno e arredo, una istituto in cui si facevano molte ore di laboratorio, si lavorava il legno con le mani, perché il legno bisogna poterlo toccare per capire con chi hai a che fare, leggere non basta! A scuola ho scoperto una splendida monografia edita da Palutan, che conteneva 40 campioni di vero legno. Il mio più grande sogno dell’epoca era quello di poter tenere per me quei campioni, tanto che a 14 anni, con i soldi ricavati dal mio primo lavoro, in una falegnameria della zona, mi sono comprato l’enciclopedia. E poi è stata la volta dell’enciclopedia del Giordano; oggi è tutta consumata dalle notti che ho passato a sfogliare le sue pagine. E infine il Catas: non passava settimana senza che io andassi al laboratorio di San Giovanni a studiare, a leggere, dopo la scuola naturalmente, o anche solo a osservare un pannello su cui erano incollati legni provenienti da tutto il mondo. La mia prima xiloteca è nata così: sono partito dai legnetti che mi portava mio padre da bambino e poi ho iniziato a scrivere a diversi laboratori e istituti di tecnologia del legno in tutto il mondo e a farmi spedire scatoline contenenti legni provenienti dai paesi più disparati. Sono arrivato a raccogliere e catalogare campioni di circa 1300 specie legnose. Poi, finita la scuola, ho deciso di regalare la mia collezione all’allora direttore del Catas, l’ingegner Speranza. Oggi sono rimasti solo 700 legni, ma sono ancora lì, al Catas“.

Hai abbandonato la collezione, ma non la passione per il legno…

Dopo il diploma, ho messo in piedi con un amico un’azienda di trasformazione del legno: dal tavolame ricavavamo frise per parquet. È stato in questi anni, dal 1986 in poi, gli anni del boom, che ho conosciuto da vicino il mondo dei pavimenti di legno. Ma sono sempre stato un ragazzo inquieto, uno spirito libero, così ho ceduto l’attività al mio socio per poter finire l’università (avevo iniziato studiando la sera) e per viaggiare“.

Quella laurea l’hai poi presa?

Sì, in pochissimo tempo, il mio era obiettivo era quello di girare il mondo. Viaggiavo autofinanziandomi all’inizio. Poi, nel ’98, ho iniziato a lavorare in Sevi, uno dei più antichi produttori di giocattoli in legno in Europa, e per loro ho continuato a viaggiare e a scoprire alberi nuovi. Cina, Sud Est Asiatico, Brasile, Sud America, Australia, Africa, India, ho visitato moltissimi posti. Ho conosciuto le popolazioni locali, i territori, ma soprattutto ho visto da vicino le prime lavorazioni, il taglio degli alberi. L’esperienza di quegli anni mi ha insegnato il valore del taglio responsabile. Da allora sono associato FSC e sono un convinto sostenitore di questa organizzazione internazionale, perché credo fermamente nell’importanza della gestione responsabile delle foreste e delle piantagioni e nell’importanza di una valutazione attenta dell’impatto dell’estrazione del legname sulle popolazioni e sull’ambiente“.

Ma l’idea della xiloteca l’avevi abbandonata?

Naturalmente no. Ho ricominciato a collezionare legni alla fine degli anni ’90 per dare vita a una nuova raccolta, non più quantitativa. Da piccolo, prima di scoprire che le specie legnose sono oltre 100.000, avevo l’ambizione di raccogliere tutti i legni del mondo, crescendo, ho capito che aveva più senso cercare di raccogliere tutte le specie utilizzate nel mondo dell’artigianato e dell’industria a partire dalla scoperta dei nuovi mondi. E così ho fatto. La raccolta che oggi è esposta qui a San Giovanni al Natisone, che comprende circa 1800 esemplari, è molto più da una xiloteca, è una storia in continua evoluzione. È il frutto del mio lavoro e di quello di tanti appassionati, artigiani e artisti, che hanno lavorato i legni che ho raccolto. Tutti miei risparmi sono qui. Ho passato la vita con il legno e per il legno. Non è stata una scelta consapevole, non potevo farne a mano. È una passione. Sempre per passione, e per il piacere di condividerla, ho fondato Culturalegno, associazione culturale che promuove la cultura del legno, proponendo anche una serie di corsi tra i quali ebanisteria, tornitura e riconoscimento delle specie legnose“.

Il legno che ami di più?

Non so scegliere il mio legno preferito… Non vorrei mancare di rispetto agli altri. Mi piacciono il salice, il pioppo, l’amoreta, però scegliere no, non ce la faccio“.

Di cosa ti occupi, oltre che della xiloteca?

Faccio il consulente, il wood expert mi chiamano“.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Mi vedo un po’ come l’uomo che piantava gli alberi di Giono, il pastore solitario che provava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Ho un sogno: piantare alberi a lento accrescimento. Ebani, palissandri, piante che impiegano cento anni per crescere. Lo considero un dovere morale e un regalo per le future generazioni. Si può fare, non servono grandi investimenti. Se ci mettessimo insieme in tanti…“.

Mi lascia così, con questa sfida, a riflettere sul detto dei nativi americani che paragona gli alberi alle colonne che sostengono il mondo. Un bell’incontro.

di Federica Fiorellini