Architettura, il ruolo sempre più centrale delle finiture

La casa deve piacere a tutti”, scriveva uno dei pionieri dell’architettura moderna, Adolf Loos. “A differenza dell’opera d’arte ,che non ha bisogno di piacere a nessuno”. Da ormai qualche tempo si sta assistendo a un sostanziale ripensamento del modo in cui gli architetti contribuiscono alla definizione degli spazi dell’abitare, nelle case così come nelle città.

In che direzione va l’architettura degli interni, intesa come luogo privilegiato di indagine del quotidiano? A questa domanda, di primaria importanza per EdilegnoArredo dà risposta Beppe Finessi, che nella sua attività di architetto e ricercatore al Politecnico di Milano pone l’accento sulla doverosa innovazione tecnologica messa in gioco in anni recenti, derivata da reali necessità legate alla vita del nostro tempo. «Pensiamo alle tante necessità di architetture legate alle emergenze, fussi migratori, guerre, calamità naturali, piuttosto che al rinnovato interesse per l’housing sociale, o, per altri versi, al costante interesse per il progetto dei nuovi musei o dei nuovi alberghi».

La seconda chiave di volta sta nella ricerca creativa. O meglio, nel sofisticato lavoro di affinamento delle filosofie compositive che animano le azioni degli autori più brillanti. «Basti pensare –spiega Finessiai sempre più geniali e funamboloci autori giapponesi della moderna generazione, come Sou Fujimoto o Junya Ishigami, oppure i sofisticati maestri portoghesi Aires Mateus o ancora lo spiazzante e ibrido linguaggio di Smiljan Radic, o il neo Pritzker Price Alejandro Aravena e il suo studio Elemental».

È sempre più evidente come il lavoro sui materiali, sulle superfici e sulle finiture stesse dell’architettura sia arrivato «a un livello di ricerca impensabile fino a qualche anno fa. Gli stessi architetti hanno imparato, realmente, ad “inventarsi” i propri materiali e le proprie finiture, riscrivendo nel corso degli anni l’essenza stessa del mattone, della piastrella, del pannello di rivestimento, dell’elemento di copertura».

Autori come Peter Zumthor o Herzog & De Meuron, ma ancor prima Renzo Piano e Jean Nouvel, o in anni a noi vicini Terunobu Fujimori, Valerio Olgiati, Cino Zucchi, hanno insegnato a tutti che innovare è possibile e che sperimentare è necessario. «Ogni autore dovrebbe porsi il problema di trovare il proprio linguaggio attraverso una ricerca paziente, e dovrebbe arrivare a definire il proprio “abaco di possibilità” per un’architettura completamente personalizzata, unica. Anche gli artisti che hanno riflettuto sugli spazi e sugli ambienti, producendo sculture e installazioni che per le loro dimensioni possono essere confrontate con il mondo dell’architettura, hanno regalato suggestioni che certamente hanno influenzato il mondo delle costruzioni e dell’edilizia: gli “ambienti” di Richard Serra, Michael Asher, Robert Irwin, Vito Acconci, Pedro Cabita Reis, Massimo Bartolini, e altri ancora hanno certamente offerto spunti di grande innovazione agli architetti. I quali li hanno fatti propri, trasformandoli in possibilità concrete».

E oltre a loro, un gruppo di giovani designer che hanno dimostrato che “si può fare sempre in un altro modo”. «Come i fratelli Bourollec, Paola Navone, Piero Lissoni, Diego Grandi, Hella Jongerius, Yoshioka Tokujin, Nendo e altri ancora, che stanno regalando una teoria di nuove suggestioni per le finiture in architettura che non avevamo mai visto. E’ sufficiente prendere in mano e accarezzare i campionari dei principali player per rendersi conto del grande livello a cui è arrivata la ricerca e la sperimentazione oggi. Primati che solo un paio di lustri fa sembravano irraggiungibili».

Questo “risveglio” è anche dovuto alla crescente consapevolezza estetica del cliente. Le compagnie non disegnano più solo per il gusto di realizzare un bel design, ma anche per soddisfare una funzione. Spesso e volentieri cucita “su misura” e individuata all’interno della produzione. «Stiamo assistendo a una nuova ondata – conferma Massimo Buccilli, presidente di EdilegnoArredo -. Il design si fa sempre più popolare, vicino al cliente». E le aziende italiane di finiture, che tradizionalmente evitano la standardizzazione del prodotto, vivono di ritrovata gloria. «Nel nostro settore la personalizzazione del prodotto è sempre stata presente. Per quanto riguarda il design puro, il processo industriale, il servizio, l’eco-sostenibilità, il risparmio energetico, sono stati fatti passi molto importanti». Non è facile innovare su campi tanto importanti e in modo uniforme. «Le associate di EdilegnoArredo sono riuscite nell’impresa di fare apprezzare il valore creato. Oggi l’architetto riceve dal prodotto italiano maggiori risposte rispetto al passato, anche per quanto riguarda i materiali. E può mettere in campo tutto il suo ingegno».



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