Federica Fiorellini
Non guardavo il Festival di Sanremo da anni. Quando mio figlio era piccolo, ci piaceva sederci davanti alla tv e stilare le nostre personali classifiche: blocchetto degli appunti alla mano, davamo i voti a canzone, voce, look e alla fine decretavamo il nostro vincitore.
Per anni sono rimasta – felicemente – in astinenza. Fino a ieri.
È capitato che quest’anno la mia amica Samantha (con l’acca) si sia incaponita con il Fantasanremo. Non c’è stato verso di farle mollare la presa: sono stata cooptata e, quindi, obbligata, a guardare la prima serata del Festival.
Il mio compito l’ho portato a termine. E la devo anche ringraziare, Samantha, perché senza di lei non avrei mai visto Dargen D’Amico vestito di parquet. Ho letto che la trama dell’abito riproduceva il motivo del pavimento della casa dello stilista che l’ha disegnato (una spina di pesce). Ho letto anche che il senso del “vestito-parquet” era un collegamento tra il Pinocchio di Collodi e l’Intelligenza Artificiale. Una specie di ponte tra passato e presente, tra storia e futuro.
Un messaggio fieramente controcorrente: non è la macchina a creare la vita, è l’amore. Credo che non avrebbe funzionato con nessun altro materiale, tutti più freddi, più perfetti forse, più replicabili.
E qui c’è qualcosa che ci riguarda. C’è qualcosa che noi che amiamo il legno (perché lo lavoriamo, lo vendiamo, lo posiamo, lo raccontiamo) sappiamo bene: il legno non è una texture, non è una stampa, non è un pattern di tendenza. È materia viva, con una storia, con una memoria. Il legno porta dentro un errore minimo, una venatura che devia, una fibra che resiste. E forse è proprio questo che lo rende ancora così potente: in un mondo che replica all’infinito, il legno ci ricorda che l’autenticità nasce dall’imperfezione.



