Il CBAM, nato per proteggere l’industria europea, rischia di penalizzare la filiera del legno-arredo. Assopannelli ed EPF chiedono lo stop sull’urea industriale: costi in aumento fino al 12% e perdita di competitività rispetto ai prodotti extra-UE

Assopannelli, l’associazione di FederlegnoArredo che riunisce i produttori di pannelli e semilavorati, e la European Panel Federation (EPF) lanciano l’allarme sul CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism, il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere introdotto dall’Unione europea.
Una normativa pensata per proteggere i produttori europei dalla concorrenza extra-UE che, nel caso dell’industria dei pannelli in legno e dell’arredamento, rischia però di produrre effetti opposti, aumentando i costi di produzione e generando ricadute sull’intera filiera del mobile europeo.
Urea industriale: perché Assopannelli ed EPF chiedono la sospensione
Riunite oggi presso la sede di FederlegnoArredo a Milano, Assopannelli ed EPF chiedono la sospensione del CBAM sull’urea industriale, materia prima essenziale per la produzione di colle e resine utilizzate nei pannelli in legno per edilizia e arredamento.
Dal 1° gennaio 2026, infatti, il CBAM applicherà un costo alle emissioni di carbonio incorporate in alcune merci importate, tra cui l’urea. Secondo le stime di Assopannelli, questo meccanismo potrebbe determinare un aumento dei costi di produzione dei pannelli in legno tra il 10% e il 12% nell’arco di quattro anni, a fronte di un incremento di 40 – 60 euro per tonnellata di urea, ripetuto annualmente. Un impatto che rischia di compromettere la competitività dei prodotti europei rispetto ai manufatti finiti importati da Paesi extra-UE, anche considerando che la produzione europea di urea copre oggi solo il 20% del fabbisogno industriale, rendendo strutturale il ricorso alle importazioni.
Il paradosso normativo e le richieste alle istituzioni europee
«L’applicazione del CBAM all’urea industriale, senza adeguati correttivi, rischia di penalizzare le imprese europee – ha dichiarato Matti Rantanen, direttore di EPF -. L’urea è utilizzata sia come fertilizzante in agricoltura sia come materia prima per colle e resine industriali. Abbiamo chiesto alla Commissione europea di escludere l’urea a uso industriale, ma la proposta è stata respinta. Per questo chiediamo una sospensione dell’applicazione, alla luce degli impatti sul mercato interno e sulle filiere a valle».
Rantanen ha inoltre sottolineato come la sospensione dei dazi sui fertilizzanti, annunciata dalla Commissione europea il 14 gennaio, non sia sufficiente, poiché gran parte dell’urea importata dalle imprese del settore proviene già da Paesi esenti.
L’incontro di Milano, che anticipa l’assemblea annuale di EPF in programma dal 10 al 12 giugno, su invito di FederlegnoArredo, conferma la volontà di EPF e Assopannelli di rafforzare un’azione comune di sensibilizzazione nei confronti delle istituzioni europee, a tutela della competitività dell’intero comparto del pannello e del mobile europeo.
Una filiera sostenibile penalizzata dal CBAM
«È fondamentale che le politiche europee tengano conto delle specificità dell’industria del pannello – ha dichiarato Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli di FederlegnoArredo -. Trasformando il legno in semilavorati, rappresentiamo l’anello di collegamento tra la filiera del legno e quella dell’arredo». Fantoni ha inoltre evidenziato un ulteriore elemento critico: «Il CBAM si applica alle materie prime e ai semilavorati, ma non ai prodotti finiti. Questo rischia di favorire mobili realizzati fuori dall’UE che, pur contenendo urea, entrano nel mercato europeo senza oneri aggiuntivi».
Un paradosso, secondo Assopannelli ed EPF, soprattutto se si considera che oltre il 60% dei pannelli prodotti in Europa utilizza legno riciclato, rendendo il settore uno dei più avanzati sul fronte della sostenibilità ambientale.



