L’amministratore delegato di Renner è un imprenditore ambizioso, capace, con la ferma volontà di crescere, facendo impresa in modo diverso. Quattro chiacchiere… Al ristorante!
Sono a Minerbio, comune dell’area metropolitana bolognese, nel bel mezzo della pianura padana, per incontrare Lindo Aldrovandi, fondatore di Renner, un uomo con una storia fuori dal comune, che in poco più di tredici anni ha raggiunto quel fatturato (100 milioni) che i concorrenti hanno impiegato oltre sessant’anni a toccare. Un uomo ambizioso, dalle indubbie capacità imprenditoriali, unite a una ricchezza culturale e a un’etica ferrea, che si traduce in solidarismo e in attenzione verso ogni dipendente.
Mi dà appuntamento al ristorante Nanni, una trattoria a conduzione meravigliosamente familiare. Varcando la soglia sembra di entrare a casa propria, veniamo accolti con calore e affetto. E un pizzico di deferenza.
Aldrovandi (“l’Ingegnere”, come lo chiamano qui, e io non posso fare a meno di pensare ad Adriano Olivetti, ma poi scoprirò che non è un caso) è un uomo di poche e ponderate parole, che all’apparenza incute un certo timore. Mi illustra subito le specialità del posto, rigorosamente preparate a mano dalla famiglia Nanni – gli gnocchi al ragù, il bollito, il purè – e io naturalmente mi faccio tentare, trovando il coraggio per attaccare con l’intervista.
Se dovesse raccontare in poche parole la storia della sua azienda a chi non la conosce, cosa direbbe?
“La storia di Renner si lega a doppio filo con la mia. Tutto è iniziato in un’azienda di vernici per il legno, dove ho cominciato a lavorare come operaio (non lo dice, ma dopo 16 anni era amministrazione delegato, nda). A un certo punto questa azienda è stata acquisita da una multinazionale americana. Diciamo che con gli americani non sono mai andato troppo d’accordo, la loro politica aggressiva non mi è mai piaciuta. È stato un periodo difficile, fatto di incomprensioni e di contrasti sulla gestione di moltissime situazioni. Un periodi di tre anni, alla fine del quale sono stato licenziato“.
Un bel colpo…
“Certamente, ma non c’è stato molto tempo per piangermi addosso. Avevo 51 anni, dovevo ripartire subito: ricominciando tutto da capo, andando a lavorare per la concorrenza oppure proseguendo con il progetto che stavo portando avanti prima dell’acquisizione. Ho deciso di percorrere questa terza strada, insieme alle persone che mi hanno affiancato per 23 anni in quella che poi è diventata Sayerlack. Mi hanno seguito davvero in tanti, anche se negli anni, naturalmente, al gruppo iniziale si sono aggiunti professionsiti che venivano da altri settori. Tirando le somme, gli americani mi hanno fatto un gran favore: siamo ripartiti da zero e siamo arrivati dopo soli 13 anni a 100 milioni, lo stesso fatturato che avevamo lasciato prima che fossi estromesso“.
Cosa vede nel futuro della sua azienda oggi?
“Renner è un’azienda che è sempre cresciuta, anche in momenti di mercato non particolarmente favorevoli. Penso agli anni 2008-2009, un periodo difficilissimo, in cui moltissime realtà hanno perso molto fatturato. Il nostro fatturato, in controtendenza, è sempre aumentato, fino ad arrivare, appunto, ai 100 milioni. La mia fortuna è quella di poter contare su una squadra di persone in gamba, motivate a raggiungere obiettivi importanti, che vanno ben oltre quelli che abbiamo raggiunto sino a oggi. Vogliamo diventare leader di settore“.
Il prodotto Renner che ha rivoluzionato il mercato?
“I prodotti base acqua, in generale, come famiglia. Il futuro è questo e la mia azienda è la dimostrazione concreta che business ed ecosostenibilità non sono binari divergenti, anzi“.
In base alla sua esperienza, si può dire che oggi l’Italia è tornata a crescere?
“Noi non lo stiamo percependo. Sì, il Pil sta crescendo, ma per il nostro settore – e penso all’edilizia, ma anche a tutto il mondo delle finiture d’interni, mobili, finestre, porte, pavimenti – è tutto fermo“.
Si dice in giro che Renner è un’azienda per la quale tutti vogliono lavorare. C’è un segreto?
“Per noi l’azienda è una famiglia. Passiamo gran parte del nostro tempo qui, di conseguenza cerchiamo di lavorare divertendoci. Probabilmente una delle ragioni sarà questa. In effetti tutti i miei dipendenti che provengono da altre realtà mi dicono che qui in Renner ci si diverte di più“.
La fa semplice Aldrovandi, non parla dell’accordo siglato con la CGIL per la suddivisione tra i dipendenti del 15% degli utili, così come della metà del risparmio energetico ottenuto tagliando bollette di luce, acqua, gas, cancelleria e smaltimento rifiuti, non parla neanche della busta paga in più per tutti, l’operaio come il dirigente (2000 euro lordi!), piovuta dal cielo nel 2013.
La caratteristica che non può mancare a un dipendente Renner?
“La passione di lavorare e di portare la maglia Renner. Se si ha passione, tutto il resto viene da sé“.
Squadra del cuore (la domanda sorge spontanea dopo la metafora sportiva)?
“Bologna, anche se vado allo stadio raramente, seguo invece molto da vicino la squadra di Minerbio, che sponsorizziamo da un po’ di tempo e ci dà grandi soddisfazioni. Ci giocano 5 dipendenti Renner e l’allenatore è il direttore di produzione. In quattro anni abbiamo raggiunto tre promozioni: dalla seconda categoria fino all’eccellenza“.
Quando non lavora a cosa dedica il suo tempo?
“Mi piace andare in bicicletta. Nelle ore che mi rimangono libere nel weekend, che sia sabato o domenica, un giretto in biciletta lo faccio sempre“.
Un personaggio a cui si ispira?
“Adriano Olivetti“.
(Ecco!)
Se dovesse consigliare un libro?
“’Il mondo che nasce’, di Olivetti. Un’antologia in cui si parla di dignità delle persone, di conoscenza, di comprensione profonda dei valori della cultura, di responsabilità dell’impresa verso i lavoratori e l’ambiente, e dove la scienza, la tecnologia e l’economia sono strumenti al servizio dell’uomo e della comunità“.
A bruciapelo: destra o sinistra?
“È un brutto periodo per dare una risposta a questa domanda. Non ritrovo nei politici attuali quella passione e quegli ideali che avevano gli uomini politici di un tempo, penso a Moro per la democrazia cristiana, Berlinguer per il partito comunista, Almirante per il movimento sociale. Ecco, erano persone di diverso livello. Oggi vedo un po’ ovunque immaturità, superficialità, impreparazione, per questo mi viene veramente difficile schierarmi“.
Anche questo l’avevo intuito…
di Federica Fiorellini



