Renza Altoè Garbelotto: metterci la faccia. E l’anima. La storia di una donna che ha cambiato il modo di fare parquet in Italia
Federica Fiorellini

Studi classici, un posto fisso alle Poste, una vita che sembrava già tracciata. Poi una scelta controcorrente, dettata più dal coraggio che dalla logica: lasciare la sicurezza e buttarsi in un’azienda familiare che stava cercando di rialzarsi.
È lì, accanto al marito Antonio che Renza Altoè Garbelotto ha costruito la sua vera identità: quella di un’imprenditrice visionaria, creativa, capace di vedere avanti quando gli altri guardavano solo al presente.
Durante la nostra intervista, a un certo punto si è commossa. Si è fermata, ha sorriso e mi ha confidato: «Vorrei che i miei genitori fossero qui. Vorrei che potessero vedere quello che sono diventata.» È stato un momento intimo, prezioso. Ma in questa – apparente – fragilità c’è tutta la forza di una donna che ha saputo trasformare un mestiere in un’impresa, un’impresa in una storia, una storia in un esempio.
Oggi Renza guida, insieme al marito Antonio e al figlio Marco, un’azienda da 70 dipendenti e 22 milioni di fatturato, un simbolo del made in Italy. È la prima donna a capo del Gruppo Pavimenti di Legno di FederlegnoArredo. Nel cuore di Milano, una grande affissione con il suo volto racconta ciò che lei rappresenta per il settore: autenticità, determinazione, visione. E un amore profondissimo per il legno. È l’affissione che si trova all’esterno del Garbelotto Studio, il nuovo hub milanese per architetti e interior designer
Ecco com’è andata la mia chiacchierata chiacchierata con Renza Altoè Garbelotto.
Prima di approdare in Garbelotto avevi intrapreso una strada molto diversa. Ci racconti da dove sei partita e che sogni avevi da ragazza?
La mia storia è quella di una ragazza che nessuno avrebbe immaginato diventasse imprenditrice. Sono la più piccola di tre figli: papà era geometra e sindaco del paese, mamma, la maestra della piazza. Io ero quella fragile, sempre malata. Ho passato perfino un anno in collegio a Misurina, sopra Cortina, per problemi respiratori. Non tornavo mai a casa. È stata un’esperienza molto dura, anche se mi ha forgiata.
Non avevo un sogno, un’idea ben definita in testa, ma sapevo una cosa: volevo essere indipendente. Così ho iniziato a lavorare presto, dopo il diploma magistrale: babysitter, rappresentante, poi commessa in negozio di abbigliamento. Mi piaceva il mondo delle vetrine, della creatività, tutti mi facevano i complimenti per l’estro e lo spirito di iniziativa.
Poi è arrivato il concorso alle Poste: il famoso “posto fisso”. Turni all’alba, tanta stanchezza, ma quella era la sicurezza. Credevo sarebbe stata la mia strada.
L’incontro con il legno#
E l’incontro con il mondo del legno come è stato? Cosa ti ha convinta a farne parte?
L’incontro vero è stato con Tony. Stiamo insieme da quando avevo quindici anni. La sua famiglia veniva da una storia incredibile: una grande segheria in Istria, persa con la guerra, la fuga, il ritorno al paese, la rinascita con una piccola turbina idroelettrica che il nonno aveva progettato da solo… A proposito, quella turbina funziona ancora oggi.
Quando è nato Marco io avevo iniziato a lavorare alle Poste e Tony cercava di tenere in piedi un’azienda… “stanca”. Un bel giorno ci siamo guardati negli occhi: lui aveva bisogno di una mano e io non mi sentivo nel posto giusto, così mi sono licenziata.
All’inizio non sapevo fare proprio nulla. Il primo giorno mi hanno affiancato un’impiegata che… Guarda caso era una mia amica d’infanzia che non vedevo da anni! Il destino ogni tanto sa essere poetico.
Poi sono arrivate le serate in capannone: io e Tony soli, a montare a mano il precomposto per l’Austria sulla rete a caldo.
Proprio lì, tra il profumo del legno e la colla, ho capito che quel mondo diventava il mio.
Se dovessi definire oggi il tuo stile imprenditoriale, quali parole sceglieresti?
Lungimiranza, perché guardo sempre avanti.
Creatività, perché è la parte che mi ha salvata e definita.
Professionalità, che per me significa rispetto, serietà, trasparenza.
E poi c’è una parola che è la più importante per me, la considero un valore assoluto: umiltà. Chi pensa di essere arrivato ha già finito di crescere.
Qual è stata la decisione più coraggiosa che hai preso da imprenditrice?
Tutto sommato credo sia stata lasciare il posto fisso. Avevo 27 anni, un figlio piccolo, nessuna certezza. È stato un salto nel buio totale. Ma senza quella scelta, non sarei qui.
Cosa ti ha insegnato tuo marito come imprenditore e cosa pensi di avergli insegnato tu?
Tony mi ha insegnato il coraggio puro: quello che non vede il pericolo, che si butta, che fa.
Io credo di avergli insegnato a fermarsi, confrontarsi, condividere. E poi l’importanza del branding e della comunicazione: per Tony contava molto la produzione, io gli ho fatto capire che un’azienda vive anche del suo racconto.
In questi anni Garbelotto è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento del parquet di fascia alta. Qual è stato, secondo te, il passaggio chiave?
Il grande cambiamento è coinciso con l’avvento del parquet prefinito. Negli anni ’90 abbiamo capito che il settore stava cambiando e ci siamo adeguati: macchine nuove, presse, verniciature. Una rivoluzione. Prima eravamo orientati esclusivamente al parquet massiccio, da quel momento siamo entrati in un nuovo modo di fare pavimento, passando dall’artigianalità alla vera industria. Direi che il passaggio chiave è stato questo.
Nuove sfide#
Qual è la sfida più grande che vi attende oggi?
Continuare a credere nel made in Italy, senza compromessi. Noi non abbiamo mai acquistato materiale straniero. È una scelta identitaria.
La sfida è questa: rimanere fedeli a chi siamo, anche quando è più difficile.
Guardando la grande affissione di Milano con il tuo volto, cosa hai provato?
Non lo sapevo! Avevo detto al team: “Scegliete voi l’immagine.” Un giorno Marco arriva correndo: “Mamma, abbiamo trovato la foto perfetta.” Era la mia.
All’inizio ho detto: “Ma siete matti?” Poi ho capito il motivo: rappresento la nostra storia, la nostra famiglia, il nostro legno. Vederla lì, in via Ugo Bassi… Mi ha tolto il fiato.
Sei la prima donna a guidare il Gruppo Pavimenti in Legno di FederlegnoArredo. Cosa ha significato per te questa nomina?
Quando mi hanno chiamata pensavo fosse uno scherzo: non ero nemmeno più in Federlegno, come azienda eravamo usciti dalla Federazione. Invece erano in tanti ad aver fatto il mio nome.
Confesso che ho sentito un grande orgoglio: significa che in tutti questi anni qualcosa l’ho lasciato.
Farmi portavoce delle aziende del parquet è per me un onore.
Quali sono oggi le priorità della filiera del legno, secondo te?
Fare chiarezza. Dire cosa è legno e cosa non lo è. Proteggere le aziende italiane, che sono un patrimonio culturale prima che produttivo. E riportare valore alla casa: il luogo dove viviamo dovrebbe tornare importante.
La qualità del pavimento è qualità di vita.
Se potessi lanciare un messaggio ai colleghi imprenditori del settore, quale sarebbe?
Aggregatevi! Il legno ha bisogno di una voce unica, forte, riconoscibile. In America mettono il bollino dell’associazione perfino sui pacchi, dobbiamo farlo anche noi: credere nel sistema, nel confronto, nel costruire insieme.
Per chiudere, se potessi tornare indietro e parlare alla Renza di vent’anni, cosa le diresti?
Le direi: “Credi nei tuoi sogni, anche quando nessuno ci scommette.”
Pronuncia questa frase e si commuove. Ed è qui che colgo davvero la misura della sua forza: la capacità di tenere insieme visione e fragilità, concretezza e sogno. Il legno, in fondo, le assomiglia: resistente, luminoso, vivo.
Ed è anche per questo che storie come la sua meritano di essere raccontate.


