Il futuro sarà green (o non ci sarà)

Non si finisce mai di imparare. Dopo aver fatto la consueta riunione di redazione di fine anno e aver deciso, per il 2020, di puntare tutto sul green (nei contenuti della rivista, ma anche nell’approccio al nostro fare editoria), pensavo di essere a posto con la coscienza.

E invece no. Me ne sono resa conto pochi giorni fa. Nonostante avessi due riviste da chiudere, il 6 dicembre ho deciso di partire alla volta della Val di Fassa per partecipare a un convegno organizzato da Rasom (azienda ladina che si è specializzata nella costruzione di case in legno altamente sostenibili) dal titolo “L’architettura e l’ingegneria del legno nei mutamenti climatici“.

Ma te le vai a cercare! – mi apostrofa mio marito la sera prima-. Dici di essere indietro con il lavoro e ti fai un viaggio di 4 ore per partecipare a un evento dove per giunta non si parla di parquet?”. Sì, tendenzialmente me le vado a cercare, però questa volta ne valeva la pena: il legno è il mio pallino da sempre e l’emergenza climatica… Credo che sia impossibile non confrontarsi con questo tema che ci tocca così da vicino, al netto di Greta e delle Conferenze delle Parti sul Clima. Ha aperto il convegno Norbert Lantschner, riconosciuto esperto nel campo delle tematiche ambientali, ideatore del progetto CasaClima e fondatore della fondazione ClimAbita.

Un intervento che mi ha colpita come uno schiaffo e che mi ha fatto sentire ridicola nel mio arrovellarmi sull’acquisto di bottiglie di vetro o di borracce. L’incipit è stato più o meno questo: “Il futuro o sarà green o non ci sarà. La natura non fa caso agli annunci, alle promesse elettorali, alle strategie, la natura non fa sconti. L’unica cosa che non abbiamo più è il tempo di agire, perché il punto di non ritorno è sempre più vicino: se non corriamo ai ripari ora, tra 50 anni ci sarà un innalzamento globale della temperatura tale da essere incompatibile con la vita umana. E negarlo significa negare le leggi della fisica”.

Sono uscita stordita, con il fiato corto e con la tachicardia, ma sempre più consapevole della scarsa consapevolezza generale del problema, della necessità di un nuovo modo di pensare, di un impegno imprescindibile a trovare soluzioni che risolvano il problema di emissioni di CO2 subito e alla radice.

Troppo facile ricordare che l’edilizia è il settore più energivoro in assoluto in Italia (responsabile per un terzo dell’anidride carbonica prodotta nel nostro paese) e che l’uso estensivo di materie prime come il legno nelle costruzioni potrebbe contribuire in maniera sostanziale a limitare la percentuale di emissioni globali di CO2.

Troppo banale, forse, sostenere che la somma di tantissime piccole azioni che singolarmente non cambiano che dello 0,00000001% il totale del nostro impatto (coltivare un orto? Usare meno plastica? Scegliere la bici al posto dell’auto? Costruire in legno?) potrebbe fare diverse unità o centinaia o milioni di unità.
Forse, ma lo dico lo stesso.

di Federica Fiorellini